Archibald Henry Sayce (Shirehampton, 25 settembre 1846 – 4 febbraio 1933) è stato un archeologo britannico.
Fu un pioniere dell'assiriologia ed un noto linguista, titolare della cattedra di Assiriologia ad Oxford dal 1891 al 1919.
Descrizione
Nato nello Shirehampton, Bristol, fu sin dall'infanzia molto cagionevole di salute e soffrì di tubercolosi. Educato da un tutore privato, all'età di dieci anni era già in grado di leggere Omero in greco. Studiò al Queens College, Oxford, di cui divenne membro nel 1869.
Nel 1874 Sayce pubblicò un lungo articolo, "The Astronomy and Astrology of the Babylonians" nella rivista Transactions of the Society of Biblical Archaeology vol. 3, part 1), con trascrizioni e traduzioni di importanti testi in scrittura cuneiforme.
Nel 1879 il Reverendo Sayce collegò i rilievi trovati vicino Magnesia sul fiume Meandro nell'Anatolia occidentale con quelli del sito di Yazılıkaya in Turchia, e riconobbe che essi appartenevano a una stessa cultura pre-greca, non ancora individuata.
Nel 1876, decifrò uno dei geroglifici sulle pietre di Hamath in Siria, deducendo che il profilo di un uomo equivaleva alla lettera "I". Nel 1880 decifrò un altro geroglifico che riconobbe essere il prefisso per identificare la divinità. Sospettò a lungo che Boğazköy fosse la capitale degli Ittiti perché alcune scritture geroglifiche trovate ad Aleppo e Hamath nel nord della Siria erano simili a quelle di un monumento trovato a Boğazköy.
Nel 1882, in una lettura alla Società di Archeologia Biblica a Londra, annunciò che gli Ittiti, ben lontani dall'essere una piccola tribù di Canaan legata ai re del regno di Israele, erano il popolo di un "perduto impero ittita", che attraverso i testi egizi stava allora ritornando alla luce. Egli e William Wright identificarono le rovine di Boğazköy nella città di Ḫattuša, la capitale di quell'Impero ittita che si estendeva dal Mar Egeo fino alle rive dell'Eufrate, secoli prima dell'epoca dei patriarchi dell'Antico Testamento. (cfr. Trevor Bryce, Life and Society in the Hittite World, Oxford 2002, p. 3).